Con una luce diversa negli occhi. Parlando di tempo, di teatro, di produzione artistica: di Cantiere Ibsen/Art Needs Time

Una conversazione con Marco Lorenzi e Barbara Mazzi

a cura di Raffaella Ilari

 

Marco e Barbara: da quali necessità e considerazioni nasce Cantiere Ibsen?

MARCO – Per me e Il Mulino di Amleto gli ultimi due anni sono stati molto intensi con molti debutti e nuove produzioni che hanno portato grandi soddisfazioni, riempendoci di gioia e allo stesso tempo facendoci crescere. Dopo anni così significativi e prolifici a volte si può correre il rischio di cadere, in modo meccanico, nella ripetizione di una forma, di una maniera, di un approccio e di una serie di risposte che ti fanno sentire in comfort zone perché piacciono.

Per me il teatro non ha nulla a che fare con una ricerca formale. Mi piace pensare che non esiste estetica senza etica a teatro, senza un punto di vista preciso sul mondo, senza una domanda o un bisogno da mettere al centro della piccola, ma potenzialmente rivoluzionaria, “comunità” che ogni sera si genera tra attori e spettatori. Per questo sentivo il bisogno di mettere tra parentesi per un po’ il lavoro di creazione per rimetterci in crisi, per ricercare e riappropriarci del tempo necessario per scoprire qualcosa di nuovo su di noi e sugli altri come esseri umani. Penso che solo interrogandoci su nuovi modi di raccontare l’essere umano, si possa arrivare a trovare nuovi principi di messinscena che ci possano aiutare. Alla fine si torna alle forme, appunto, ma con una luce diversa negli occhi.

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Una società in affanno è la nostra, segnata da una fame insaziabile di tempo. Anche la produzione artistica risente e soffre di questa mancanza di tempo a disposizione? E in che modo?

MARCO -Viviamo in una società teatrale (in Italia ma anche altrove se pur con circostanze diverse), in cui, a causa di sciagurati parametri ministeriali e di un misunderstanding imbarazzante tra ciò che è “Teatro” e ciò che è “Spettacolo”, siamo per varie ragioni in una continua corsa produttiva.

Il piatto della bilancia è spaventosamente inclinato verso la produttività piuttosto che verso la creatività. Come se appiattire il Teatro in un orizzonte di senso preso a prestito dal pensiero capitalistico possa rappresentare una soluzione alla crisi del sistema teatrale. Il teatro è per principio “contro”. E per principio si deve interrogare su quali sono le criticità dell’epoca in cui vive per comunicarle, metterle al centro di quella comunità che ogni sera si crea a teatro.

Uno dei mali principali del nostro tempo è la mancanza di tempo. Anzi, mi spingo più in là: non è vero che il tempo manca, la verità è che il tempo comincia ad essere un privilegio, un “bene” per pochi. Più sei povero e disperato, meno tempo hai, e di conseguenza meno ne avrai. Anche il tempo è stato spostato dall’essere un diritto, a essere un bene… vedi come tutto è piegato ad una logica assurda? Il teatro ha il dovere di tirarsi indietro rispetto a questi automatismi e chiedersi: che cosa ci manca? Che bisogni abbiamo? Siamo sicuri che in questa corsa senza senso verso “la prossima produzione” non ci stiamo perdendo qualcosa per strada? Come faccio a riappropriarmi del tempo dell’errore, della ricerca, dell’esperimento, che mi permette di trovare nuovi modi per comunicare con lo spettatore, per portare il teatro insieme a lui almeno cinque centimetri più avanti rispetto a dove era ieri?  Tutte queste considerazioni confluiscono in Cantiere Ibsen / Art Needs Time.

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Da una parte l’esigenza di avere più tempo per fare arte, dall’altra un affondo nell’universo ibseniano. Come si conciliano questi due aspetti nel Cantiere?

BARBARA – Il testo è un pretesto, nel senso che volevamo lavorare su Ibsen, perché lo frequentiamo poco, perché è un autore maestro con cui è importante cimentarsi (come Cechov, Goldoni, Moliére e molti altri) e i maestri insegnano, perché è un autore in cui l’ambiente “famiglia” è peculiare e a noi questa indagine sull’universo familiare interessa ormai da tempo. Ibsen è molto diverso da Cechov che abbiamo affrontato di recente, anzi quando riprenderemo il nostro “Platonov” dovremo “ripulirci”, cambiare aria, rinfrescarci. Con molta calma durante il Cantiere analizziamo testi diversi, personaggi, circostanze precedenti, azioni, azioni e poi ancora azioni.

MARCO – Sono d’accordo con Barbara. Ibsen è un pretesto. Anzi, è quasi una provocazione a noi stessi. Io non vado molto d’accordo con Ibsen, mi devo concentrare molto per entrarci dentro e per godere della sua ricchezza. Con altri autori “faccio l’amore” più facilmente.  Il Cantiere però non deve essere qualcosa che già conosciamo, in cui sentirci a casa. Non deve neanche partire dal desiderio di mettere in scena un autore, anzi! Diciamo che stiamo chiedendo a Ibsen di darci una mano in un percorso sull’attore, sui suoi meccanismi creativi, sul processo di immaginazione e di scoperta, sul ruolo dell’artista.

La scena teatrale, dove il tempo si può vivere, rivivere, fermare, dilatare, rallentare, e il reale dove il tempo non sembra mai bastare. Cantiere Ibsen può essere considerato anche una sorta di manifesto produttivo?

BARBARA – Oh, sì. Poi ci sono anche, e per fortuna, contesti privilegiati in cui provi più di 20 giorni, produzioni che chiamiamo “la serie A”, come se gli altri non potessero esserlo. Creando un divario a mio avviso, eccessivo, enorme: qualcuno ha tutto e qualcuno poco anche se lo meriterebbe e anche questo è un modus operandi politico.

MARCO – Dal mio punto di vista è assolutamente un manifesto “politico”. Partiamo dal presupposto che 24 giorni di prove (contiamo le canoniche 4 settimane con i giorni di pausa) sono pochi anche per un teatro istituzionale che ambisca a giocare la stessa partita dei teatri istituzionali europei dove hanno ben altri tempi di gestazione. Ma quello che è importante da dire è che non è colpa delle istituzioni se si ritrovano a dover rispondere a dei parametri produttivi assurdi. La Politica con la “P” maiuscola ha delle responsabilità enormi. E non avremmo compiuto un atto politico se il Cantiere fosse rimasta un’iniziativa interna al Mulino, alla nostra compagnia. Da qui l’idea di una call per mettere a disposizione questo “tempo” anche ad altri artisti e vedere le loro risposte. Per cercare di mettere la questione al centro della discussione.

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È una richiesta di sovvertire le dinamiche del processo creativo-produttivo? Una sorta anche di ‘sveglia’ per usare una simbologia legata al tempo?

BARBARA – Sarebbe bello. Milo Rau dice che a teatro non basta più rappresentare il mondo, ma bisogna cambiarlo. Beh, io la penso da sempre così, è quasi una missione. Forse è arrogante, forse è presuntuoso, da parte mia, ma almeno è vivo, mi dà energia, idee e riaccende la passione e vocazione anche quando sono un po’ demoralizzata. Comunque al di là di ogni polemica o “rabbia”, è un progetto che volevamo fare e ci rende felici, liberi, orgogliosi e restituisce senso al “perché fare teatro.”

Per le vostre conoscenze e frequentazioni a livello europeo l’artista dispone di più tempo per la creazione artistica?

BARBARA – Secondo noi sì, anche se quando parliamo con i nostri colleghi e amici tedeschi si lamentano anche loro. In Francia invece chi è dentro l’intermittance, produce e studia grazie all’intermittance. È come se chi partecipasse a Cantiere Ibsen, ricevesse una sovvenzione che permetta loro di studiare. Poi, certo ci sono delle situazioni privilegiate, ma per me non sono sufficienti e lavoro perché ce ne siano di più.

MARCO – È doveroso dire che non è solo un problema italiano. È pur vero, però, che è tutto relativo alle condizioni di partenza, ovviamente. Parlando con colleghi all’estero, viaggiando e leggendo molto, sento un malessere comune, europeo, su questi temi. È per questo che è importante parlarne, per non rimanere isolati su piccoli dibattiti locali e allargare il nostro orizzonte su un piano internazionale. Uscire da una certa provincialità, di cui l’artista italiano soffre molto, è vitale per il nostro futuro.

BARBARA – Sì, la risposta, poi, è stata molto partecipata, ciò vuol dire che la questione è sentita. Non siamo soli.

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Una serie di workshop gratuiti per attori e attrici “europei”. Perché europei e perchè gratuiti?

BARBARA – In realtà ci siamo accorti che la formula giusta era per italiani e stranieri, visto che la call è stata pubblicata su una piattaforma teatrale di cui fanno parte 90 paesi diversi. Ma forse non credevamo di riuscire ad arrivare oltre i confini europei; in secondo luogo il termine europeo ha una valenza anche politica, e per me è importante ribadire che il teatro è una questione politica (che non vuol dire partitica). Gratuiti per due motivi. Il primo perché è un percorso che noi come compagnia avremmo fatto comunque, quindi tanto valeva condividerlo con altri. Oskaras Korsunavas in diverse occasioni di incontro ci diceva “ho imparato più io da voi che voi da me, non so quanto a voi sia stato utile, ma a me sì”. Ecco sicuramente impareremo tanto anche noi, quindi è uno scambio, un baratto. Io ho già imparato molto leggendo tutte le lettere motivazionali arrivate, spero di ricordarmi il loro insegnamento. Secondo motivo, penso che “l’aggiornamento” e “l’allenamento” dei “workshop” siano fondamentali per un/a artista, ma siamo sempre “senza soldi”! Così se per una volta qualcosa per i professionisti di alto livello è gratuito, perché no? Quando leggo di progetti simili, ed è più unico che raro, mi rendono felice ed entusiasta. Noi consideriamo e “trattiamo” questo progetto come una nostra produzione, quindi mettiamo a disposizione tutto quello che possiamo e abbiamo per creare qualcosa di nuovo ed interessante per noi e per gli altri.

Che metodo usate nei workshop?

BARBARA – Metodo non so se è il termine corretto, ma su questo lascio rispondere Marco. MARCO – Parlare di metodo o di approccio per me è sempre un po’ imbarazzante. Mi sembra di non riuscire mai a raccontare a parole quel processo intimo e delicato che avviene in sala prove. La verità è che non è raccontabile, non è facile riassumere solo grazie al logos il “metodo”. In genere cerco di non partire da un presupposto specifico. Studio molto, forse troppo. Mi preparo il più possibile raccogliendo una valanga di informazioni, intuizioni, immagini, suggestioni, esempi ecc… che so già che butterò nel cesso sin dal primo momento in cui mi incontrerò con quell’evento meraviglioso che è il gruppo di attori e artisti davanti a me. A quel punto, accetto di ricominciare da capo, insieme a loro. Certamente dentro di me resta vivo tutto quell’immaginario creativo accumulato nel mio lavoro privato, ma il gioco è di arricchirlo, metterlo in crisi, problematizzarlo grazie all’incontro con altri immaginari creativi. L’ambizione è sempre quella di arrivare ad un processo di gruppo, innescare un immaginario condiviso che liberi le più imprevedibili e pericolose potenze creative di ognuno di noi. Spingere l’artista ad essere creatore, a scoprire continuamente qualcosa che non conosceva fuori e dentro di sé, a superare le sue paure e chiusure, per provare ad essere libero. E quando parlo di libertà voglio essere chiaro che è un concetto non separabile da quello di responsabilità senza la quale non può esserci vera libertà. Per questo ritengo così importante lavorare anche sul training in sala prove. Un training, specifico, che rielaboro con cura nel tempo, che non smetto mai di mettere in crisi, ma al cui centro c’è la ricerca del piacere e della profonda bellezza dell’attore…e quindi del suo essere umano.

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Quante candidature sono arrivate e quali esigenze emergono?

BARBARA –  Circa 167, con richieste arrivate addirittura ad ottobre inoltrato, oltre un mese dopo la scadenza della Call. Siamo tanti ed è evidente che ci sono tanti talenti, tanti talenti affaticati e delusi, che hanno voglia di essere ascoltati, di avere spazio.

Quante ne sono state selezionate? A questa domanda risponde Annalisa Greco, responsabile organizzativa de Il Mulino di Amleto.

ANNALISA – Preferisco parlare di inviti più che di selezione. Come ha spiegato benissimo Barbara, abbiamo semplicemente aperto ad altri un percorso che la Compagnia avrebbe fatto comunque. Certamente una scelta è stata fatta, ma solo nell’ottica che un incontro tra compagnia e altri professionisti ha bisogno di fondarsi su una condivisione legata ai desideri, ai bisogni, alle aspirazioni, ai percorsi professionali intrapresi, a un’idea di teatro che ognuno ha espresso a suo modo, ma che anche noi abbiamo.

Per rispondere, circa 167 artisti hanno scritto e circa 65 sono stati invitati alla fine a prender parte attivamente ad almeno una sessione di workshop. A questi vanno aggiunti una decina di collaboratori stabili della Compagnia per completare il quadro dei partecipanti. Il dato freddo del numero non restituisce del tutto il grande lavoro svolto da parte di Marco e Barbara per restare in ascolto delle numerose richieste ricevute e per allargare il più possibile le opportunità di partecipazione e di incontro attraverso il Cantiere. Abbiamo esteso il numero massimo di partecipanti che ci eravamo inizialmente prefissati per ogni sessione, abbiamo allungato il numero dei giorni totali di workshop, ogni mese cerchiamo di accogliere le richieste di chi ci chiede di assistere come osservatore o di chi, trovandosi a Torino, ha la possibilità di unirsi all’allenamento anche solo per una giornata. Il tutto naturalmente avviene compatibilmente col fatto che ciascuna sessione si basa su un lavoro in cui il gruppo viene messo al centro del processo creativo ed è quindi necessario averne cura e non esporlo a un “viavai” di persone, anche se si tratta di colleghi o persone molto vicine al nostro lavoro.

BARBARA – Vorrei aggiungere che ci stanno arrivando tante lettere di feedback. Beh, il mio prossimo progetto sarà pubblicare (chiedendo il permesso e magari in forma anonima) queste pagine e pagine scritte da attrici e attori italiani (e non solo). Parole bellissime e universali che rispecchiano una generazione.

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Il Cantiere si arricchisce di incursioni da parte di esperti, artisti, studiosi, spettatori. Perché e come avvengono queste incursioni?

BARBARA – Avvengono solitamente l’ultimo giorno del workshop, dipende dall’ospite. Ad esempio, ad ottobre con Franca Nuti, Gian Carlo Dettori, Isabella Lagattolla e Sergio Ariotti, è stata una chiacchierata informale, a novembre abbiamo riflettuto invece di cinema con critici e studiosi quali Fabio Francione e Fabio Pezzetti Tognion. Il motivo sta nel bisogno di spaziare, di non rinchiudersi in teatro, di aprire ad ospiti esterni con altri punti di vista e con una storia completamente diversa che possa mettere in discussione tutto ciò che finora è stato detto.

MARCO – Non dobbiamo dimenticarci che il Teatro non è “espressione” ma “comunicazione”. Dove non c’è “comunicazione” ma solo “espressione” a me non interessa. Per mettere sempre al centro della nostra attenzione il problema della comunicazione, abbiamo pensato ad una formula aperta per il Cantiere, in cui “esperti” provenienti da altri mondi o esperienze venissero ad allargare il nostro orizzonte sui temi affrontati e ad uscire dal nostro ‘eccesso di confidenza’. Lo stesso discorso vale per “accogliere” lo spettatore in sala prove. È un modo di lavorare che con il Mulino sperimentiamo già da tempo e ci sorprendono sempre le scoperte cui ci porta.

Infine, e non da meno, il tema e l’indagine sulla famiglia, che già avete affrontato in “Senza Famiglia”, ritorna ora con Ibsen. Perché vi interessa e cosa in particolare?

BARBARA – Niente di nuovo e tutto è sempre nuovo, per me. Nella famiglia c’è tutto, il massimo bene e il massimo male. I più grandi autori parlano di famiglia, che sia un testo con 12 ruoli o due. È metafora del teatro, è metafora di una società, a teatro lavorando insieme si creano famiglie che poi si separano, con gli spettatori per alcune ore siamo in famiglia…che parola enorme, che cosa è la famiglia? Anche qui si torna ad una “risposta” politica.

MARCO – Martin Crimp dice che “di famiglie il teatro ha sempre parlato e non può fare a meno di parlare”. Sono piuttosto d’accordo con lui e con Barbara che dà una risposta “politica”. In più io lo trovo sempre un argomento affascinante perché ci permette di affrontare il tema dell’eredità (sia morale che materiale), del conflitto tra le generazioni e dell’inesorabilità del passare del tempo. E alla fine, fare arte, è sempre un modo per cercare di sconfiggere l’assurda angoscia del passare del tempo… appunto Art Needs Time!

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